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Visualizzazione post con etichetta Recensioni - Libri. Mostra tutti i post
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martedì 10 giugno 2014

Recensione: Cristiano Cavina - Un'ultima stagione da esordienti - Marcos y Marcos

Ho sentito parlare di questo autore qualche anno fa. Con il suo romanzo d'esordio vinse il premio Tondelli, quindi andava letto e va letto assolutamente.


Trama: Il romanzo è di stampo autobiografico e narra le vicende di un gruppo di ragazzi alle prese con il loro ultimo campionato di calcio giovanile - frequentano la terza media. Siamo a Casola Valsenio, luogo in cui vive l'autore; un piccolo paese di provincia dove il Dio del calcio ama farsi vedere fra campi polverosi, allenatori con una testa di cinghiale in panchina e arbitri poco capaci.

Analisi: Questo è il secondo romanzo di Cristiano Cavina. È un libro nel quale riversa il proprio vissuto, raccontandolo quasi come una favola, come un ricordo. Non ci sono dialoghi, solo "citazioni" di ciò che diceva il Mister, l'arbitro di turno e altri personaggi. Tutti in quel di Casola Valsenio.
Chi di noi non si è mai iscritto alla squadra di calcio dell'oratorio? Chi di noi non ha mai vissuto un campionato tirando calci a un pallone di cuoio secco, in mezzo a campi di ghiaia dove l'erba fresca su cui fare le scivolate, era un lusso?
Cavina racconta non solo se stesso, ma anche ognuno di noi. Riesce a entrare in una soggettività così intima da sembrare identica in ogni luogo.
E lo fa con un linguaggio informale, quasi sussurrandotelo all'orecchio. Come se stessi al bar del paese ad ascoltare le storie antiche di quei vecchietti che hanno fatto la guerra, che la vita l'hanno vissuta tragicamente.
Non c'è nulla di tragico nel libro di Cavina, forse solo la fine di una stagione che coincide con l'inizio dell'adolescenza. Forse la fine di un mondo che, prima o poi, tutti andremo a esplorare almeno una volta nella vita.

È un libro piacevole, da leggere con calma, in una giornata di sole, quando la nostalgia viene a farci visita.

mercoledì 14 maggio 2014

Recensione: Fratelli Coen/Cormac McCarthy - Non è un paese per vecchi

Cormac McCarthy è uno degli scrittori considerati pilastri della letteratura americana del ventesimo secolo. Sono perfettamente d'accordo con chi lo sostiene. E questo libro - e parlo ovviamente anche del film - ne è la prova.



Trama: Ambientato in Texas nel 1980, narra la storia di Lyewelyn Moss, un reduce della guerra del Vietnam che impiega il tempo come saldatore. Moss, durante una battuta di caccia, si ritrova in mezzo a un campo di battaglia, immerso in quella che subito comprenderà essere stata una guerra fra narcotrafficanti finita a colpi di pistola. Moss trova una valigia piena di soldi - che sarebbe servita a pagare la cocaina disposta in pacchetti su uno dei camion della banda. 
Convinto di aver fatto la scoperta che cambierà la vita a lui e a sua moglie, torna a casa. L'ex marine non ha idea del fatto che all'interno vi è una radio ricevente e che un sicario psicopatico - Anton Chigurh - è sulle sue tracce, così come i narcotrafficanti. Di lì a pochi giorni, la vicenda precipiterà in un vortice di violenza.

Analisi: Non è un paese per vecchi lo considero un trattato di filosofia, o meglio, di sociologia contemporanea. McCarthy, tramite la narrazione e con lo stile cupo e tenebroso che lo contraddistingue ci pone davanti a una situazione reale, tangibile. Lo fa attraverso Anton Chigurh, un sicario con un'identità morale tutta sua, convinto di essere la mano del destino. Spesso decide con il lancio di una moneta la fine che faranno le sue vittime.
Il concetto della violenza di oggi si può trovare nei monologhi dello sceriffo Ed Tom Bell, che rappresenta un po' il lato analitico della vicenda: "A venticinque anni ero già lo sceriffo di questa contea. Difficile a crederci. Mio nonno faceva lo sceriffo, cosi come mio padre. Credo ne andasse fiero, io ne andavo fiero eccome. Ai vecchi tempi c'erano sceriffi che non giravano neanche armati. Molta gente stenta a crederci. Uno non può fare a meno di paragonarsi a loro, di chiedersi che fine avrebbero fatto al giorno d'oggi. C'è un ragazzo che ho mandato sulla sedia elettrica un po' di tempo fa, su mio arresto e su mia testimonianza. Aveva ammazzato una ragazzina di quattordici anni. Il giornale scrisse che era un crimine passionale ma lui mi disse che la passione non c'entrava niente, che da quando si ricordava aveva sempre avuto in mente di ammazzare qualcuno e che se fosse uscito di galera l'avrebbe rifatto. Sapeva che sarebbe andato all'inferno. Da li a un quarto d'ora ci sarebbe andato. Con la criminalità di oggi è difficile capirci qualcosa. Non è che mi faccia paura, ma non ho intenzione di uscire per andare incontro a qualcosa che non capisco. Significherebbe mettere a rischio la propria anima".
Questo è il succo, il messaggio. 

La violenza, così come la conosciamo oggi, ha un senso? Una radice che riconduce a un perché logico?
La risposta di McCarthy è, ovviamente, no.

Lo consiglio a tutti coloro che si chiedono il motivo di tutta questa crescente violenza nel mondo, e che non trovano una risposta razionale.


venerdì 11 aprile 2014

Recensione: Marco Parlato - Tiroide - Gorilla Sapiens Edizioni

Ho scoperto questo giovane autore mentre spulciavo il catalogo della casa editrice Gorilla Sapiens. Appena letto il titolo mi sono detto: "Ma cosa si può scrivere con un titolo del genere?"
La risposta è ovvia: un libro del genere.



Trama: Il libro narra la storia di Stefano, un ragazzo universitario affetto da ipertiroidismo. La sua vita oscilla fra visite mediche e vita tipica da universitario in quel di Roma, nello specifico, all'Università La Sapienza.
Il tutto condito dalle parole che Stefano legge in un quaderno trovato per caso, scritte da un uomo nigeriano immigrato, Oluwafemi

Analisi: Il libro si legge in un fiato, sono circa centoventi pagine nelle quali i riferimenti alla cultura pop abbondano. L'occhio di Stefano è critico, acido più che caustico e rivela alcuni aspetti della società poco piacevoli, ipocrisia, cinismo fine a se stesso, egocentrismo e una linea sottile, finissima, che divide un italiano medio da un immigrato medio.
Lo stile è ancora acerbo, lo si percepisce da parole come liso, ingollare. Non per questo poco attraente. La narrazione scorre, forse troppo velocemente e alcune immagini appaiono poco chiare. 
Non vi è respiro, ma questo lo si può evidenziare come punto a suo favore. Vi è qualcosa di nevrotico, qualcosa del passivo-aggressivo e Marco Parlato ne fa un punto di forza nella sua narrazione. 
Qui si sta sviluppando uno stile, uno scrittore e da ciò che salta all'occhio, Marco Parlato è da tenere sotto osservazione, senza dubbio.

Consiglio questo libro a tutti coloro che hanno voglia di leggere qualcosa di diverso, di particolare e alle persone che con la timidezza non hanno nulla a che fare.

venerdì 28 febbraio 2014

Recensione: Franz Kafka - La metamorfosi

Inizio subito dicendo che sono di parte. Franzk Kafka è così reale da entrarti dentro per effetto osmosi. Come sarà successo a molti di voi, Kafka l'ho incontrato a scuola. Se ne stava nascosto fra le pagine, timido timido e un po' miserabile.

Franz Kafka Nacque a Praga nel 1883 e morì di tubercolosi a Kierling nel 1924. In vita, molte delle sue opere non furono mai pubblicate. Persona molto angosciata, soffrì di anoressia nervosa e disturbo ossessivo compulsivo. I suoi scritti - per alcuni critici molto vicini a quella corrente di pensiero che sarà definita in seguito esistenzialismo - riflettono le sue ansie e il suo punto di vista nei confronti della condizione umana.




La metamorfosi è un libro da leggere quando si ha il punto di vista giusto per farlo. A metà fra surrealismo e realismo magico, racconta la storia sfortunata di Gregor Samsa - pseudonimo che ricorda non poco il nome del suo autore - alle prese con un evento totalmente inaspettato.
Una mattina come tante altre, Gregor Samsa, un commesso viaggiatore che lavora per mantenere la sua famiglia, si risveglia trasformato in un gigantesco e ripugnante insetto.
Da questo momento dovrà fare i conti con la sua nuova condizione e con le reazioni avverse dei suoi familiari.

Questo libro è in grado di delineare tutti gli aspetti psicologici e relazionali di Kafka. Il difficile rapporto con il padre, il senso di alienazione e angoscia.
L'autore prende una famiglia normale, una persona normale e, invece di trasformare il tutto o far evolvere gli eventi emozionali secondo le normali logiche umane, mette in piedi una situazione immaginifica e allegorica. La metafora del diverso; ripudiato, odiato ed emarginato.
Non esiste via di fuga per il protagonista, al contrario, può solo fare i conti con la propria condizione, accettarla così com'è e mettersi il cuore in pace.
L'evoluzione, in questo libro, risiede nel processo di spersonalizzazione nel quale Gregor Samsa - che in un certo senso rappresenta l'individuo emarginato - viene risucchiato.
Sentirsi diverso, essere ripudiato e lasciato solo. Il senso di claustrofobia (psicologica soprattutto) metaforizzato dal fatto che Gregor Samsa non lascia mai la propria stanza. 
Elementi che concorro tutti nel rendere il grottesco una situazione reale e sentita nel lettore, una condizione sempre presente e pronta a emergere.
Non esiste un lieto fine, non troverete un finale aperto alle interpretazioni. 
Più la narrazione procede, più comincerete a odiare Gregor Samsa più dei suoi stessi genitori. Kafka riesce a far sentire al lettore tutto il peso della sua condizione.
E' come leggere una lenta e dolorosa agonia, e sapere già che non vi sarà via d'uscita se non la morte. Lo sappiamo, appena Gregor Samsa si risveglia da insetto, che morirà di lì a poco. Eppure non riusciamo a fare a meno di arrivare fino alla fine proprio perché non possiamo andare contro le logiche della condizione umana.

L'uomo si fa granello di sabbia, debole, piccolo e insignificante. E attraverso questo racconto Franzk Kafka ce lo fa capire, dimostrando che, messi a confronto con la vita, siamo tutti un po' miserabili.


giovedì 27 febbraio 2014

Recensione: Josè Saramago - Le intermittenze della morte

Quando scoprii Saramago era un giorno qualsiasi, piovoso, freddo e senza grandi eventi. Ero in metropolitana, seduto a fissare il nulla, quando a un certo punto una donna dai capelli bruni entrò e andò a sedersi di fronte a me. Aprì la borsa e tirò fuori questo libro. Trovai assurda l'immagine in copertina e ancora più dissonante il titolo. Per questo non ho potuto fare a meno di scendere, trovare una libreria e comprarlo.


Josè Saramago nacque ad Azinhaga - Portogallo - nel 1922 e morì a Tinas nel 2010. Diventò famoso soprattutto per il suo lavoro di critico letterario, lavorando per la rivista Seara Nova. In seguito si cimentò anche nel giornalismo, nella drammaturgia, nella poesia e nella letteratura, arrivando a conseguire il premio Nobel nel 1998.




Questo è uno di quei libri che riesce a definire le capacità dell'autore a tutto tondo. Lo stile, a un lettore poco preparato, potrebbe sembrare ostico, soprattutto per l'utilizzo della punteggiatura nei dialoghi - adopera le virgole e non usa i punti interrogativi. I personaggi non hanno nomi propri: il violoncellista, la morte, i maphiosi.
Leggendolo ho immaginato la domanda fondamentale, quella che dà il via all'idea, al principio di tutto, prima ancora della stesura.

Cosa accadrebbe se...?

Ed è esattamente questa la spinta. Cosa succederebbe se, senza alcun preavviso, la morte smettesse di fare il proprio dovere?
Accadrebbe tutto quello che succede in queste pagine. Non si morirebbe più e, dopo un inizio trionfale, gli amanti rinnegati comincerebbero a gettarsi sugli scogli all'infinito, i malati terminali non finirebbero mai di morire e la mafia metterebbe in piedi un traffico illecito di persone morenti.
Si, esatto: traffico di persone che, volendo a tutti i costi morire o essendo bloccati in un'infinita e lenta agonia, non potrebbero trapassare a meno che non varchino i confini della nazione nella quale la morte ha deciso di prendersi un periodo di ferie.
Sia chiaro, non è un libro con intenti filosofici sulla vita e la morte. E' un testo allegorico.
Saramago mette in piedi una situazione nella quale si evidenziano l'incapacità e l'inferiorità dell'uomo nei confronti della natura. La sua dipendenza dalla morte.
Chiede al lettore di porre un assioma, diciamo, e di seguirlo come se fosse reale. In questo caso ogni azione, ogni effetto di quella scelta avrà un senso.
L'autore, oltretutto, inserisce anche le proprie opinioni sulla Chiesa e sulla politica. Registra e pone sotto gli occhi del lettore tutte le contraddizioni dell'essere umano.
Stiamo parlando di surrealismo e devo dire che il sarcasmo di fondo, più nero del buio, mi ha ricordato da lontano il film "Harry a pezzi" di Woody Allen.
Hanno qualcosa di simile che va oltre gli occhiali da vista.
Al contrario dei film del famoso regista, leggendo questo libro mi sono dovuto coprire più volte, perché il freddo si sente e la parte oscura dell'uomo non tarda ad affiorare.

E' una lettura che necessita di un certo grado di concentrazione e di sicuro lo consiglio a chi ha molta dimestichezza col cinismo.



mercoledì 26 febbraio 2014

Recensione: Gabriel Garcìa Marquez - Cent'anni di solitudine

Un paio di estati fa - forse il 2011 - stavo andando a trovare i miei nonni a Lido di Savio e mentre l'autobus faceva sosta in autogrill, cercai qualcosa da leggere nelle due settimane successive, dato che non c'è mai nessuno in quel posto.
Per caso capitai davanti a una vetrina e, sempre per caso, lì tutto solo scovai questo libro. Non fui attratto dalla copertina o dalla scritta che capeggiava bella grande "Premio Nobel per la letteratura nel 1982".
Era il titolo a essere tremendamente malinconico. Non lessi neanche la trama, lo comprai e scoprii l'isola del tesoro ancora prima di vedere il mare.

Gabriel Garcìa Marquez è nato ad Aracataca - Colombia - nel 1927 ed è ancora oggi vivente nonostante il morbo di Alzheimer non gli permetta più di scrivere. Nella sua vita ha fatto il giornalista e ha tentato la carriera universitaria in giurisprudenza e scienze politiche, senza mai portarle a termine. E', forse, il più importante esponente colombiano del genere definito realismo magico.



Appena cominciai a leggerlo non mi piacque subito. Il punto debole lo trovai nello stile narrativo in terza persona, quasi del tutto privo di dialoghi.
I personaggi sono molti, forse troppi e potrebbe facilmente confondere il lettore. I capitoli sono divisi in numeri, senza titoli, e la leggenda narra che Marquez ci mise ben quindici anni per dargli un senso e cominciare a scriverlo.

Il libro narra la storia, srotolata in cent'anni, della famiglia Buendìa e delle loro vicissitudini in quel di Macondo - città immaginaria fondata dal capostipite dei Buendìa - che ricorda non poco i luoghi vissuti da Marquez nella realtà.
Il tempo è ciclico, infinito. La città di Macondo viene visitata dagli zingari, che a ogni ritorno recano con sé nuovi oggetti e cianfrusaglie varie. Agli abitanti della città sembrano non invecchiare mai.
Tra tutti c'è un uomo, amico di famiglia dei Buendìa - Melquiades - che tenta invano di decifrare un misterioso manoscritto.
Durante quel secolo intero molti della famiglia tentano di capirne il significato, fino a quando l'ultimo superstite non scopre la lingua nella quale è scritto, arrivando così al senso finale.
Un finale che non posso raccontarvi.

In questo libro ho trovato un meccanismo, più che un senso. Un modo di interpretare la vita. Macondo, in una certa maniera, rappresenta la costante nella quale siamo tutti immersi, il tempo infinito e - proprio per il suo essere infinito - ciclico, come un eterno ritorno. Poi c'è la volontà di potenza dell'essere umano, in grado di trasformare se stesso e ciò che lo circonda.
La vita è un continuo, eterno ritorno.
Noi ripetiamo le azioni dei nostri genitori, i nostri genitori ripetono le azioni dei nostri nonni. E in tutto questo esiste un'infinitesimale variazione che, nonostante la nostra volontà, cambierà riportandoci al punto di partenza proprio perché destinata a perdersi in se stessa.

Si potrebbe aprire un dibattito sull'argomento, ma non è questo il caso.

E' un libro da leggere in estate, di questo ne sono sicuro. E almeno una volta nella vita va assaporato in tutta la sua crudezza.

Lo consiglio a chi crede che la propria strada non sia quella giusta, agli amanti di Borges e agli appassionati di realismo magico.








martedì 25 febbraio 2014

Recensione: Pier Vittorio Tondelli - Rimini

Questa notte sono in vena di nostalgie. Tondelli per me, in un certo senso, è sinonimo di anni '80.

Nato a Correggio nel 1955 e morto di AIDS nel 1991 a Reggio nell'Emilia, questo autore non è uno scrittore, non credo lo sia mai stato. E' un narratore, di quelli d'alto livello, forse impareggiabili. In vita scrisse uno dei libri più clamorosi della letteratura italiana: Altri libertini. Ma ne parlerò nei post successivi.




Rimini è un romanzo che cattura, si fa leggere ed è scritto veramente bene. E' forse uno dei pochissimi libri scritti da lui in veste di scrittore e non di narratore. E in effetti lo si capisce.
Nelle ultime pagine Tondelli ci spiega che questo libro è nato per caso: doveva scrivere alcuni articoli in quel di Rimini, ma non ci andò mai e decise di crearci su una storia.
Vi sono parecchi intrecci: un sassofonista, un giornalista - Marco Bauer - una ragazza tedesca in cerca di sua sorella e altro ancora. Tutti accomunati da quel luogo, tutti immersi in quei turbolenti anni '80.
La nascita degli yuppies, per fare un esempio. In questo libro ci sono tutte le caratteristiche dell'uomo travolto da quei momenti, dalla moda sfrenata, dall'emancipazione omosessuale, da quella terribile malattia che è l'AIDS - anche se non ne parla mai.
Non ci sono messaggi importanti, non c'è una morale. Nonostante tutto, è un libro che non lascia molto al lettore, se non una piacevole immersione, per così dire.
No, non mi è piaciuto. Tondelli non era uno scrittore, non creava intrecci clamorosi o personaggi destinati a rimanere nella storia.
Era ciò che narrava a dover rimanere nella storia.
Alcune parti di questo libro risultano un po' confuse, ma non per lo stile narrativo - assolutamente impeccabile.
Forse è quel continuo cambio di prospettiva, il passaggio dalla prima alla terza persona senza alcuna avvisaglia per il lettore, a renderlo maledettamente ostico.
Ammetto che in alcune parti mi ci sono ritrovato, soprattutto nella lettera del ragazzino, quando descrive la spiaggia, gli scogli, i bomboloni alla crema - e sfido chiunque a dire il contrario se ha passato le vacanze nei dintorni di Rimini.
La crudezza dei risvolti sessuali, le descrizioni meticolose di quei rapporti sia etero che omosessuali passano quasi inosservate. Questo grazie alle sue capacità narrative, al perfetto utilizzo dei climax.
Sembra di essere lì insieme ai suoi personaggi, quando li descrive.
E se ci si concentra abbastanza si può persino sentire l'odore e il sapore di ciò che descrive, la confusione delle conferenze e dei party ai quali partecipa il giornalista Marco Bauer.
L'omicidio del politico di turno lo rende, a tratti, un giallo o noir per meglio dire, ma in realtà non è nulla di tutto questo.

Rimini è semplicemente un libro che ci regala - forse all'insaputa dello stesso Tondelli - il punto di vista di un giovane intellettuale degli anni '80.

Recensione: Haruki Murakami - Nel segno della pecora

Questo autore l'ho scoperto per caso, su consiglio di un amico. Edito dalla Einaudi pochi anni fa, era introvabile nell'edizione degli anni '90.




Nonostante il titolo particolare, è un libro che induce alla calma. Tutto succede senza grandi azioni.
Il protagonista dal nome sconosciuto è un pubblicitario che manda avanti la sua azienda assieme a un socio. Un giorno, risvegliato nella monotonia della sua vita, riceve una richiesta da uno strano individuo: deve trovare una pecora con una macchia a forma di stella sulla schiena.
Non è una pecora qualsiasi, questa è speciale.
Contemporaneamente la moglie lo lascia e lui si ritrova solo ad affrontare questa strana avventura, viaggiando attraverso l'Hokkaido assieme a una ragazza dalle orecchie bellissime e con strani poteri sensoriali.
E' un libro figlio del '68: l'inquietudine giovanile - capace di far crollare tutto con una spallata - la ricerca di una propria identità e il processo di americanizzazione del Giappone avvenuto dopo il secondo conflitto mondiale.
Murakami segna l'inizio di una nuova era per la letteratura nipponica, si lascia alle spalle il patriottismo dei libri di Yukio Mishima e abbraccia uno stile immerso nel realismo magico, nella volontà di cambiare il passato e adattarlo alle proprie nostalgie.
Chi sono io?
Eccola la domanda principale del libro. La ricerca di una nuova identità, di un nuovo percorso o di un senso della vita.
La pecora rappresenta la ricerca stessa, la strada oscura e sinistra oltre i limiti del paranormale. Il tutto scandito dai ritmi euforici della musica figlia di quel periodo: Rolling Stones, The Doors, Moody Blues.

In questo libro l'odio nei confronti della politica è più che evidente. Il Maestro, un uomo misterioso che ha costruito un impero sia politico sia mediatico proprio grazie alla pecora, rappresenta tutto ciò che di marcio può esistere nella politica. L'arrivismo, il potere, il totalitarismo. Temi cari all'autore e purtroppo sempre attuali.
Il tutto condito da un'atmosfera fiabesca e piena di solitudine. Non quella solitudine in grado di creare disagio. E' ricercata, quella del protagonista, forse abusata, come quando si ritrova solo, nella casa del suo amico - Il Sorcio - a meditare raccolto su se stesso, in mezzo alla natura, all'inverno e alla neve.
Come a constatare che una ricerca simile può aver luogo solo dentro di noi.

E' una simbologia chiara e un libro consigliato se si vuole imparare a leggere Murakami fra le righe.




lunedì 24 febbraio 2014

Recensione: Richard Brautigan - L'aborto. Una storia romantica

Ho scoperto questo autore pochi mesi fa, mentre spulciavo il catalogo della ISBN Edizioni, la casa editrice diretta da Massimo Coppola (Avere vent'anni - Masterpiece).

Richard Brautigan nasce a Tacoma nel 1935 e muore suicida a Bolinas nel 1984. E' stato uno dei più originali interpreti della controcultura californiana sul finire degli anni '60. Il suo successo lo deve al suo più grande romanzo - di cui vi parlerò nei post successivi - Pesca alla trota in America, scritto in prosimetro nel '61 e pubblicato nel '67 (fece molta fatica a trovare un editore per questo libro). Grazie al successo ottenuto vennero riscoperti molti altri suoi romanzi già editi, tra i quali l'Aborto.




Trama: Mi ha subito colpito il titolo, senza tanti giri di parole: L'Aborto - Una storia romantica. Un nome che suscita riflessioni, ad alcuni disgusto, ad altri un certo senso morale.
Posso dire subito che non è uno di quei libri bacchettoni, non troverete riflessioni sull'amore o sulla morte. Non ci sono velleità religiose, insomma, non vuole insegnare niente a nessuno. Ed è proprio questo ciò che colpisce.
Un bibliotecario, ingenuo, impacciato e poco incline alla vita mondana, si vede recapitare ogni giorno libri di ogni tipo dalle persone più improbabili: bambini, vecchiette amanti dei cioccolatini, persone disturbate.
Un giorno qualsiasi, mentre cataloga libri e fa firmare il suo registro del deposito, arriva alla biblioteca una donna bellissima, alta e dalle fattezze giunoniche. Vida.
Tra i due scoppia subito l'amore, si intendono bene. Lui, schivo, poco portato per vivere. Lei piena di complessi derivati dalla sua eccessiva bellezza.
Le conseguenze del loro amore distratto li porterà in viaggio verso il Messico, dove ad attenderli troveranno un dottore che per duecento dollari pratica aborti clandestini.

Analisi: Cos'ha di speciale questo libro?
Di sicuro non è lo stile, minimalista, scarno, ai limiti della favola per bambini. Non si perde in virtuosismi letterari o descrizioni prolisse di paesaggi e situazioni. Mostra le cose così come sono, semplici. Situazioni che non fanno parte del bene o del male.
I due personaggi principali, il bibliotecario e Vida, non hanno caratterizzazioni particolari, sono caricature di stati d'animo, vergogna, inadeguatezza. I loro conflitti rimangono quasi del tutto oscuri al lettore. Brautigan con il suo scritto vuole che il lettore si concentri solo ed esclusivamente sulle loro azioni, non sulla morale. Per questo motivo non si perde in giri di parole, discussioni sulla vita, l'universo e tutto quanto. L'azione è ciò che conta, presa con razionalità o come direbbe un certo Nietzsche: al di là del bene e del male.

Una cosa che ho imparato da questo libro è che la verità non risiede necessariamente nel mezzo. Molto spesso, anzi, si trova semplicemente dalla parte giusta e sta a noi capire quale sia.
L'aborto in questo caso non viene enunciato, elaborato e sviluppato. Lo si affronta con razionalità, con la consapevolezza di chi sa che certe tematiche non possono essere collettivizzate.

La lettura di questo libro mi ha fatto tornare alla mente la canzone di un gruppo hip hop a me caro: gli Uochi Toki (La Tempesta Dischi). Ascoltatevi la loro canzone: